Alessandra tra le vipere -4- Nietzsche sulla spiaggia

Sdraiata sulla sabbia mentre il sole sta per sparire dietro l’orizzonte dell’Oceano Pacifico, faccio un tiro di marijuana e guardo dall’altra parte del molo: sono quasi le 21:00 e sulla spiaggia di Santa Monica le famigliole stanno raccogliendo le loro cose per lasciare il posto a coppiette e gruppi di ragazzi con la chitarra.
Questa mattina mi sono masturbata pensando a Jillian. In realtà sarei dovuta andare a prendere dei vestiti all’agenzia ma ho deciso di rimandare per restare in albergo. Ho passato quasi tre ore a dormicchiare e a toccarmi tra le coperte ma per quanto fossi eccitata non sono riuscita a venire. È strano, come se i ricordi legati a lei appartenessero a due persone differenti. Come se ci fossero due Jixa: la ragazza sofisticata che ordina aragosta agli agrumi al Providence e diventa rossa a sfiorarmi la mano e quella strafatta col volto bagnato di sputi che mi infila la lingua nel culo sul pavimento del Goldwick.

L’appuntamento per questo pomeriggio era alle 18:00 vicino al molo. Jill è arrivata in ritardo ma aveva una buona scusa: alla tv c’era La Donna che Visse Due Volte e anche se era la quarta o quinta volta non riusciva ad interromperlo a metà.
Dopo aver camminato lungo la passeggiata mangiando due coni giganteschi che colavano da tutte le parti, ci siamo appartate sulla spiaggia, proprio accanto al molo. Al riparo da bambini molesti e da sfigati che si presentano con il classico “Hey girls, wassup?”. Jillian ha tirato fuori della marijuana per girare uno spinello e io non ho potuto fare a meno di notare un improvviso cambio di umore da parte sua. Come se tutto d’un tratto fosse stata assalita da pensieri cupi.
– Sì oggi sono un po’ giù… – mi spiega mentre tira fuori l’accendino.
– È successo qualcosa?
– Ma no, è una cazzata… sono io che sono scema.
– Dai dimmi.
– Ok… – si arrende e mi passa lo spinello – …è colpa di quei maledetti peruviani.
– Peruviani?
– Sì, venendo qui sono passata da Palisades Park e c’era questo gruppo di peruviani che suonava di fronte alla fontana. Sai quelli coi flauti e gli abiti tradizionali?
– Sì, e allora?
– Dio santo, quelle musiche mi uccidono. Sono in grado di rovinarmi la giornata in neanche dieci secondi.
Scoppio a ridere.
– Non sto scherzando Alex, appena sento il suono di quei cazzo di flauti vado in depressione.
– C’è una comunità peruviana qui a L.A.? Potresti andare a protestare ah ah.
– Guarda che una volta ci avevo pensato, farmi risarcire per tutte le giornate di merda che mi hanno fatto passare con quelle musiche maledette. Che odio. E comunque sei una stronza.
– Perché?
– Perché mi abbandoni così in questa causa persa.
– Vuoi che vada a istituire la mozione “Jillian Xanders contro i flauti di legno a Los Angeles”?
– Voglio che mi fai compagnia, dimmi qualcosa di scorretto.
– Sui peruviani?
– Su quello che vuoi.
– Mmmh… – ci penso un po’ – …odio quelli che dicono “zaino in spalla”.
– “Zaino in spalla?”
– Il giorno che sono arrivata qui a L.A. c’era una tipa all’aeroporto che ci provava con un ragazzo di Chicago. Raccontava che stava facendo il giro del mondo da sola, sai quelle persone sfondate di soldi che quando sono in vacanza vanno apposta a dormire nelle bettole e a mangiare la merda perché devono sentire “la magia del posto”? Questa dava lezioni da manuale del Perfetto Viaggiatore Intraprendente e parlava al plurale con frasi come: “Noi siamo fatti così: zaino in spalla e via!” Ti giuro, solo a sentire quell’espressione mi veniva voglia di prendere il taglianastro e piantarglielo in bocca.
Jixa spegne lo spinello un po’ delusa – Speravo in qualcosa di più scorretto… Comunque io odio tutti quelli che ostentano la loro vita sana del cazzo. Sono insopportabili.
– Decisamente.
Restiamo qualche minuto in silenzio. Alcuni locali vicino al molo hanno iniziato ad accendere le insegne e le luci colorate si riflettono davanti ai nostri occhi sulla superficie dell’oceano. Raccolgo una conchiglia e la lancio in acqua contro il riflesso di una pin up al neon facendola esplodere in un caos di schiuma e colori. Poi mi risiedo e senza preavviso mi escono queste parole
– Mi fanno schifo i vecchi.
Jillian per poco non si soffoca col fumo. Adesso sembra davvero interessata.
– Sono mezzi rincoglioniti… – proseguo – …puzzano di medicine o di aria stantia, ci mettono un’ora per fare qualsiasi cosa… e poi nell’Italia del nord, dove vivevo io, non sono neanche simpatici. Sono dei musoni ignoranti e razzisti.
– E io che pensavo di avere una brutta idea della vecchiaia.
– Jill, mia nonna ha 89 anni. L’ultima volta che siamo andate a trovarla alla casa di riposo aveva il cervello talmente in pappa che non mi ha neanche riconosciuta. Continuava a chiamarmi “Arianna” e a chiedere di mio padre che è morto da più di dieci anni. Aveva la pelle del collo come quella di una gallina e i piedi talmente gonfi e deformi che non siamo neanche riuscite ad infilarle le pantofole che le aveva comprato mia zia. L’abbiamo imboccata per farle mangiare il gelato e nel mentre si è pisciata addosso, così abbiamo dovuto chiamare l’infermiera per cambiare il materasso.
Jillian mi osserva in silenzio.
– Quarantadue anni, massimo quarantacinque. E poi voglio andarmene da sto mondo del cazzo.
Sto per aggiungere qualcosa, scusarmi per questa terribile parentesi e cambiare argomento, quando vengo distratta da un suono in lontananza. Una musica malinconica. Anche Jill l’ha sentita e ci guardiamo intorno per capire da dove provenga. Alziamo la testa. Proprio sul molo sopra di noi cinque o sei peruviani dagli abiti colorati hanno iniziato a suonare i loro flauti di legno davanti ad un piccolo gruppo di turisti.
Jillian balza in piedi – Andiamo. Se no tra poco quella che se ne va da sto mondo del cazzo sono io.

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