Alessandra tra le vipere -9- Milano ha nove code

– Mi scusi, qual’è la strada per San Babila? …Vorrei un risotto alla milanese… Come si arriva a Piazza del Duomo? …Posso dare da mangiare ai piccioni? …Vorrei cenare e sto cercando un’autentica tra… trat… un’autentica tratt…
– “Trattoria”.
– …un’autentica trattoria marchigiana.
In coda al ritiro bagagli di Malpensa Jillian si sta esercitando con un’app sul telefono per imparare l’italiano attraverso tipiche frasi per turisti.

Se qualche settimana fa mi avessero detto che avrei passato capodanno in Italia davvero non ci avrei mai creduto. E a Milano oltretutto.
Il fatto è che sabato sera, tornata a casa, Jill ha trovato sotto la porta una busta nera senza mittente. Dal messaggio all’interno era ovvio che si trattava delle stesse persone che avevano organizzato la serata al Goldwick ma questa volta l’invito era per una “cerimonia privata di elevato prestigio nel nord Italia”. Un evento per il quale si richiedeva “massima riservatezza” e una “disponibilità completa a offrire il proprio corpo verso pratiche di livello SSS”. Regalo per la partecipazione: 18.000 dollari a testa.
I vestiti che ci sono stati recapitati questa volta sono due eleganti abiti neri senza etichetta, evidentemente realizzati a mano, a cui hanno allegato una coppia di collarini, due flaconcini di liquido blu, una siringa di plastica e due sinuosi oggetti di metallo simili a soprammobili di arte moderna. Un foglietto all’interno del pacco ci spiega che i botticini contengono una miscela per clisteri mentre la misteriosa scultura scintillante altro non è che una stravagante cintura di castità. Le istruzioni specificano che “va posizionata tra le gambe, dopo aver effettuato la pulizia rettale, facendo entrare la prima estremità nella vagina e la seconda nell’ano” e raccomandano di “presentarsi alla cerimonia con la presente già indossata all’interno degli slip”.
– Secondo te dovremmo fare delle prove? Voglio dire, testarlo prima della serata? – chiedo a Jillian dal letto della nostra suite allo Square. Lei esce dal bagno con il suo coso metallico in mano – Non serve, l’ho provato ed è semplicissimo. – Raccoglie la borsa, mi lancia la chiave della stanza – Adesso usciamo! – e con lo sguardo eccitato di una bambina che sta per entrare per la prima volta al Luna Park mi trascina fuori dall’hotel.

Alle 17:45 siamo sedute sui gradini di fronte al Duomo a mangiare un gelato. In queste ore libere abbiamo fatto un giro sui navigli, comprato due vecchi dischi di Bowie da una bancarella di vinili, mangiato un risotto allo zafferano da 25 euro e poi ci siamo infilate in galleria Vittorio Emanuele dove Jill si è bruciata quasi 400 euro in trucchi e make up. La mia amica guarda il suo portafogli semivuoto. Ora sembra un po’ dispiaciuta di aver speso tutti quei soldi. Sono tentata di rinfacciarle che le avevo detto di non esagerare ma Jillian ha già adocchiato un modo per rifarsi e sta puntando un tizio con la faccia rugosa si sta avvicinando con passo incerto.
– Hey girls, do you want a picture? – ci chiede mostrandoci un sorriso color caffellatte.
Sto per rispondergli di lasciarci in pace quando Jill stranamente gli consegna il suo telefono sorridendo – Yes, please.
Sento puzza di bruciato. Soprattutto considerato che appena cinque minuti fa lo abbiamo visto fa chiedere 100 euro per una foto ad una coppia di turisti giapponesi (che ovviamente hanno pagato senza fiatare).
Il tizio ci fotografa, si avvicina a Jillian, le riconsegna il telefono e le porge la mano a chiedere il suo compenso – 80 euros.
Jill si volta verso di me – 80 euros? Is this guy serious? – ma chiaramente non è affatto sorpresa dalla spropositata richiesta, anzi, è esattamente quello che voleva.
– I’m sorry, but that’s not gonna happen. – gli spiega mentre si accende una sigaretta
– Instead, I think YOU should give us money. Actually, all your money.
L’uomo strabuzza gli occhi, completamente spiazzato.
Inizio a capire dove vuole arrivare.
– Come on, open you wallet. – gli intima severa. Lui si volta verso di me confuso, in cerca di spiegazioni.
– Sì, hai capito bene… – gli confermo – …vuole che apri il portafogli e tiri fuori tutti i tuoi soldi.
L’uomo inizia ad alterarsi – Ma… che sta dicendo?!
Jillian prosegue in madrelingua mentre io, come una perfetta interprete, traduco in tempo reale.
– Ti sta dicendo che se non tiri fuori il portafogli entro due secondi ci mettiamo a gridare che hai cercato di derubarci e magari, perché no, anche di metterci le mani sul culo.
Iniziando a sentire odore di guai, l’uomo ci manda al diavolo e fa il gesto di andarsene ma Jill lo blocca per un braccio e col dito gli indica una volante della polizia poco distante.
– Vedi quei poliziotti laggiù? – gli spiega – Secondo te a chi crederanno? A due bellissime modelle con 2000 dollari di abiti addosso o ad uno straccione di merda con la faccia da maniaco che passa le giornate a fregare turisti dagli occhi a mandorla?

Alle 18:45 stiamo contando i soldi all’interno dello squallido portafogli lasciatoci dallo straccione. Jillian è fatta così. Un ciclone imprevedibile capace di abbattersi su chiunque le stia intorno. Non importa se ricco, povero, onesto o criminale. E la cosa strana è che alla fine anche le sue azioni più spietate assumono un aspetto quasi democratico nella loro totale amoralità. E poi dovete convenire che è fantastico come la legge arrivi danzando dalla tua parte quando hai una bella faccia ed emani odore di soldi. Soprattutto in paesi come questo, in cui i poliziotti sono per lo più dei barboni fascisti che a loro volta odiano i poveri.
– Cinquecentocinquanta euro e quaranta centesimi – Jill finisce di contare e mi consegna la mia metà con un sorriso soddisfatto.
Raccolgo le banconote dalle sue mani e non posso fare a meno di chiedermi a quanto potrà mai ammontare la cifra complessiva di denaro che l’Italia ha fregato ai turisti giapponesi dal dopoguerra ad oggi…
– Come li spendiamo? – mi chiede con gli occhi che brillano di eccitazione.
– Non saprei.
– Sushi?
Effettivamente mi avevano detto che a Milano c’è un ristorante giapponese, forse unico in Italia, gestito da un vero chef nipponico anziché dai soliti cinesi trasformisti. Un posto esclusivo per gente che vuole sentirsi importante dove mangiare un sashimi di tonno buono come a Tokyo e lasciarci metà dello stipendio. Eppure, nonostante non abbia mai declinato una cena a base di sushi… questa volta non mi va.
– Senti Jill… ti va se stasera andiamo in un posto diverso?

Alle 20:10 stiamo entrando in un piccolo ristorante argentino poco distante dal centro. È strano, per tutto il periodo in cui ho vissuto in Canada non mi è mai mancata la cucina di casa ma ora per qualche motivo, forse l’aria dell’Italia che mi ricorda l’Argentina, ho bisogno di sentire i sapori della mia terra. Quella sanguinante e malinconica Buenos Aires che mi ritrovo rinnegare ogni volta che ne ho l’occasione.
Un giovane cameriere si avvicina per prendere le ordinazioni.
– Hola, me gustaría un asado de ternera especial con guarnición de… – Jillian e il ragazzo si guardano e ridono: senza rendermene conto ho iniziato a ordinare in spagnolo.
– Ehm… – mi correggo un po’ imbarazzata – …un asado speciale con contorno di verdure grigliate per me, solomillo al sangue in salsa roquefort per lei e da bere… portaci il Malbec migliore che hai.
Il cameriere scarabocchia velocemente sul suo taccuino e sparisce verso la cucina mentre fuori il sole sta tramontando dietro le guglie del Duomo.
Poso l’iphone nella borsa e mi rilasso cercando di godermi questo momento di tranquillità, senza pensare a quello che ci aspetta dopo. Jillian allunga un braccio sulla tavola e mi prende una mano – Sai, è la prima volta che ti sento parlare nella tua lingua madre… – mi confida a bassa voce mentre giocherella con le mie dita. – …sembri quasi un’altra persona.
Resto un attimo senza parole. Un po’ per il contatto fisico, che tra di noi succede molto di rado, un po’ per questa sua strana improvvisa timidezza.
Se questa fosse una situazione normale, una storia normale, questo forse sarebbe il momento giusto per guardarla negli occhi e dirle “Jillian, mi sono innamorata di te”.
Ma questa non è una situazione normale. Tra qualche ora io e questa ragazza irlandese saremo prigioniere in una stanza segreta all’interno di un importante palazzo storico della città. Vittime di qualcosa che non conosciamo ancora. Qualcosa che, a giudicare dal livello di segretezza, si preannuncia come pericolosamente serio, ben oltre i confini la legalità.
Che ansia. Forse dovrei parlargliene, sfogarmi con lei, ma per una volta che sembra così rilassata, così felice… Oggi poi non si è fatta neanche una dose, non mi va di turbarla.
Arrivano i nostri piatti. Jillian afferra le posate e inizia a tagliare affamata la sua succosa bistecca da un chilo e mezzo.
– Che te ne pare? – le chiedo mentre le verso del vino.
Lei assaggia il primo boccone, mastica un po’, poi si ferma a cercare la parola corretta e in un buffo accento spagnolo mi risponde:
– Deliciosa.

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