Alessandra tra le vipere -8- Come le vampire

Credeteci o no, non esiste niente al mondo che ti faccia venire voglia di sballarti come entrare in un casinò a Las Vegas durante la settimana mondiale del trading. Orde di giovani yuppie carichi di testosterone accorsi da ogni parte del continente per ascoltare mostri sacri come Alan Greenspan o John Paulson, stringere contatti importanti e mandare un messaggio di buonanotte alla moglie durante una sega a quattro mani da 140$ in un centro massaggi tailandese. L’evento si svolgerà nell’area conferenze del Venezian Hotel e il tasso di cocaina nell’aria è tale che puoi ritrovarti quasi strafatta nel solo tragitto dall’ingresso alla tua suite con vista panoramica. Qualche giorno fa, quando Jillian mi ha proposto questa trasferta, di fronte alle mie perplessità sul fatto di alloggiare in uno dei casinò più costosi del pianeta, mi aveva tranquillizzata spiegandomi che aveva “un gancio per spendere poco”.
Avevo pensato ad un contatto tra lo staff, ma quando siamo arrivate Jill è andata alla reception e con tutta la tranquillità del mondo ha chiesto “Suite 14”. Senza lasciare documenti o carte di credito. Ha semplicemente preso la chiave e siamo andate alla nostra stanza. Tutto questo era un po’ troppo per una semplice conoscenza con un inserviente e infatti appena entrate in camera il diabolico piano di Jillian mi si è svelato davanti in tutta la sua genialità. Da alcuni abiti firmati appesi all’attaccapanni era ovvio che la lussuosissima suite era stata già occupata ma durante un weekend con centinaia di persone che vanno e vengono ed un personale che fa i turni è pressoché impossibile ricordarsi la faccia di ogni cliente. E poi quale razza di folle entrerebbe in un hotel dotato di un servizio di sicurezza da confine israeliano a chiedere le chiavi di una suite fingendosi l’inquilino? Certo, se gli ospiti dovessero tornare sarebbe un problema ed è proprio qui che entra in gioco il nostro asso nella manica. Dovete sapere che la mia amica irlandese aveva lavorato qui al Venezian per qualche mese e durante questo periodo aveva conosciuto Craig, un ragazzo alla reception, con cui era nata una fugace storia d’amore a base di marijuana nei bagni e scopate clandestine sui letti delle camere. Ora, a distanza di anni, Jill e Craig sono rimasti buoni amici: lei gli fornisce erba di qualità e lui preziose informazioni. Informazioni come quella che riguarda l’arrivo di Mr. Sato, un banchiere giapponese col feticcio degli odori che quando arriva nella Sin City, dopo aver prenotato al Venezian, finisce col trascorrere le prime notti in camere sudicie di motel di quart’ordine ad annusare le ascelle sudate di tutte le mignotte afroamericane della città. E questo significa che per un paio di giorni io e Jill ci godremo una stanza da 2000$ a notte con tanto di servizio in camera ed extra vari, tutti rigorosamente sul conto del nostro inconsapevole benefattore nipponico.

Alle 20:15 stiamo varcando l’ingresso del casinò. Prima di andare a cena Jillian vuole fare un giro di slot machines per sperimentare un trucchetto imparato dal suo panettiere di L.A. che una volta faceva il croupier a Las Vegas. A quanto pare tutte le slot emettono un suono particolare a due giri prima di un jackpot, qualcosa simile al rumore di una cimice che sbatte contro una parete, ma ci vuol un bell’orecchio per riuscire ad avvertirlo in quel trambusto di voci, macchinari e musichette. Mi guardo intorno ad esaminare la fauna che popola il salone: qualche imprenditore annoiato al tavolo da poker, due biondine alla roulette che si guardano intorno in cerca del prossimo sfigato a cui farla annusare un po’ per fargli aprire il portafogli, alcuni ragazzi in un addio al celibato e, per finire, un esercito di casi umani alle slot machine. Guardandoli bene, in quei volti sudati riesci a distinguere chiaramente lo sguardo vuoto e allucinato della dipendenza, della fame disperata di denaro contante e riscatto sociale. Probabilmente non è un caso che la settimana del trading abbia luogo proprio qui. Un posto che porta via soldi per lo più a chi non può permettersi di perderli per metterli in tasca a chi non ne ha bisogno. Un casinò. Wall Street. Il capitalismo. I ricchi dettano le regole del gioco e poveri partecipano sperando, un giorno, di entrare anche loro in quel club esclusivo che si chiama “1% della popolazione”. Ma il gioco è truccato in partenza e alla fine il banco vince sempre. Un casinò. Wall Street. Il capitalismo.

Mentre siamo in coda per cambiare i gettoni tra una coppia di jamaicani in viaggio di nozze e un gruppo di italiani in vacanza Jillian mi indica alcune telecamere sul soffitto.
– Le vedi? Quelle sono collegate ai piani di sopra.
– Servizio di sicurezza?
– Sì, ma non per i clienti, sono per il casinò.
– Che vuoi dire?
Jill mi prende per le spalle facendomi fare una panoramica del salone – Vedi come puntano tutte ai tavoli da gioco? Servono per controllare che nessuno stia cercando di fregare.
– Stai dicendo che ci sono persone che osservano costantemente quello che sta accadendo qui?
– Sì, sono per lo più ex bari, ma ci sono anche dei professionisti. Una volta, negli anni 70, se ne dovevano stare appoggiati a dei cornicioni coi binocoli in mano a guardare di sotto. Un lavoro massacrante. Ma ora grazie ai monitor e alle telecamere ad alta definizione è tutto molto più semplice.
Mi guardo intorno incuriosita – Quindi stai dicendo che se adesso qualcuno provasse, che so, a contare le carte a poker scatterebbe un allarme e arriverebbe la polizia?
La polizia?! – Jillian scoppia a ridere – Ma tu proprio non sai niente di come funzionano questi posti?
Scuoto la testa colpevole ammettendo la mia ignoranza. Jill mi prende sottobraccio e mi conduce attraverso la sala passando prima per un corridoio di slot machine e poi accanto al tavolo della roulette. – Senza dare troppo nell’occhio… – mi sussurra – …voltati a ore 9 e vedrai cosa aspetta a chi vuole fregare un casinò a Las Vegas.
Con la faccia di chi sta cercando i bagni mi giro con noncuranza, mi guardo intorno e poi torno su Jillian.
– Una visita forzata alla galleria Buon Compleanno Ronald Reagan?
– Ma no, non quella porta, quella dopo!
– Quella col gorilla di guardia?
– Esatto. Attraverso quella porta si arriva al piano di sotto, all’Inferno dei Bari.
– L’Inferno dei Bari?
– Una camera insonorizzata dove portano gli incoscienti che hanno deciso di sfidare il Venezian.
– Ed escono con qualche dente in meno immagino.
– In realtà la punizione varia a seconda del capo d’accusa. Sono per lo più cose che devono servire a spaventarli.
– Ad esempio?
– Beh, quando lavoravo qui… – abbassa la voce per non farsi sentire – …avevo sentito che se uno veniva beccato a barare a blackjack lo portavano di sotto, gli facevano appoggiare la mano destra sul tavolo e poi gliela spaccavano a martellate.
– Ahi ahi …ma non hai detto che dovevano essere spaventati?
– E secondo te uno a cui hanno appena fatto a pezzi una mano con un martello non è spaventato?

Ad un quarto alle nove stiamo uscendo dal casinò con 500 dollari in più nel portafogli ed una bottiglia di Chardonnay da 200, rigorosamente sul conto del nostro benefattore dagli occhi a mandorla che in questo momento sarà da qualche parte a spippettarsi col naso infilato sotto l’ascella di una battona locale. Il piano di Jillian era di andare a mangiare italiano in uno dei ristoranti più rinomati della città, “le linguine con gli scampi migliori del mondo” mi aveva ripetuto in viaggio mentre si preparava una dose, ma la sottoscritta, una volta arrivate, aveva un buco allo stomaco talmente grande da cedere miseramente di fronte ad un chioschetto messicano per due burritos al formaggio.
Jill mi aveva squadrata con uno guardo che conosco bene e che significa “Lo sai quanti grassi saturi ci sono dentro quella roba?” dopodiché, come una faina, mi aveva trascinata via impedendomi di pagarli perché secondo lei tirare fuori soldi per quella specie di veleno era qualcosa di profondamente immorale. Una volta giunte in albergo, come una brava maestrina, me li aveva sequestrati con la promessa che me li avrebbe riconsegnati il giorno seguente, per la colazione. Ma anche senza questo imprevisto messicano la nostra cena italiana non sarebbe mai potuta andare in scena, e questo per due motivi: 1) Jill non aveva calcolato che trovare un tavolo libero in un qualsiasi ristorante decente di Las Vegas durante il weekend della settimana del trading era praticamente impossibile e 2) appena arrivate in hotel Craig aveva mandato un messaggio alla mia amica irlandese spiegandole che avrebbe avuto una pausa dalle 21:00 alle 23:00. Jill aveva cercato di tranquillizzarmi che se volevo sarebbe rimasta con me ma dal momento che vedevo chiaramente quel particolare luccichio nei suoi occhi che significava “ho una voglia di scopare che muoio” l’avevo mandata in pace con un “Tranquilla, io vado di sotto a conoscere personaggi sinistri, tu mandami un messaggio quando hai finito”.

Alle 20:43 sono in camera a scegliere le scarpe per uscire. Sandali neri con tacco o AllStar? L’indecisione mi sta uccidendo.
– Metti le AllStar – Jillian esce dalla doccia con un asciugamano in testa – in una serata come questa ti daranno qualche speranza in un più di sopravvivere…
Già, per affrontare una mandria di yuppie infoiati forse meglio cercare di non dare troppo nell’occhio.
Jill si siede sul letto, tira fuori dello smalto verde e inizia a metterselo con cura sulle dita dei piedi.
– Senti… – inizio a chiederle colta da una preoccupazione improvvisa – …cosa facciamo nel caso il nostro benefattore dovesse tornare prima del previsto?
– Mr. Sato?
– Sì, che si fa se ad un certo punto si apre la porta e ce lo troviamo davanti?
– Mmmhh…. – Jillian rimane per un po’ in silenzio mentre continua il suo lavoro, poi tira su la testa – Gli diciamo che siamo una “fantasia regalo” offerta da un suo cliente.
– Una “fantasia regalo”?
– Dalle loro parti si usa. Il cliente spesso ti paga cena, pernottamento a 5 stelle e in più la visita notturna di una dolce signorina sapientemente istruita sui tuoi feticci.
– Stai dicendo che la soluzione è farci passare per escort?
– Esattamente. Lo accogliamo con un bel sorriso, gli togliamo la giacca, lo mandiamo a farsi la doccia e ce la filiamo.

Alle 21:04 sto scendendo in ascensore con Iggy Pop negli auricolari. “I’m a street walking cheetah with a heart full of napalm…” canticchio mentre guardo i numeri dei piani illuminarsi in successione. Alla fine ho seguito il consiglio di Jillian: maglietta degli Stooges, gonna, AllStar, capelli sciolti e un accenno di trucco. Chiudo gli occhi e ripenso al momento prima di uscire. Jill si era messa un lungo vestito nero che le lasciava la schiena praticamente scoperta, un rossetto particolarmente aggressivo che la rendeva sexy e minacciosa, capelli raccolti e due graziosissime cavigliere ad impreziosirle le gambe. Quando Craig ha bussato alla porta ho quasi ringraziato il cielo perché non riuscivo più a trattenermi dal desiderio di sbatterla sul letto, infilarle la testa tra le cosce e mangiarmela fino a farla impazzire.
No, basta.
Via questi pensieri. Se no qui finisce che mi trovano a masturbarmi in ascensore.
Eppure non capisco, perché non riesco a fare nessuna mossa con lei? Voglio dire, dopo quello che abbiamo passato la sera al Goldwick… dovremmo aver abbattuto qualsiasi tipo di barriera. E allora perché mi tremano le mani appena sento il suo profumo?
Poi c’è stato quel momento prima di aprire. Si è bloccata di colpo a guardarsi intorno con gli occhi sbarrati e si è fiondata a nascondere il suo armamentario di lacci, siringhe e bustine dentro un cassetto. Probabilmente Craig non ne sa niente. Forse quando si sono conosciuti non faceva ancora uso di eroina. È così strano… a volte la sua dipendenza pare una cosa recente, altre volte invece qualcosa che risale addirittura a quando era bambina.

Alle 21:33 sto varcando l’ingresso della sala conferenze. Centinaia di uomini in camicie con ascelle pezzate che corrono, discutono, stringono mani, bevono champagne in bicchieri di plastica e confrontano grafici sui tablet. Lungo le pareti del salone ci sono dei cartonati con sagome in scala 1:1 di giovani sorridenti con facce da nazisti. Promuovono slogan presi a caso da vari personaggi: da Stephen Covey a Jim Rohn, da Mark Twain a Micheal Jordan. Cose come “Io sono un prodotto delle mie decisioni” o “Possiamo avere di più di quello che abbiamo perché possiamo diventare di più di quello che siamo”. Persino Buddha non è stato risparmiato: “Gli sciocchi aspettano il giorno fortunato, ma ogni giorno è fortunato per chi sa darsi da fare”. Incredibile come anche una cosa detta dal messia della spiritualità riesca a suonare sporca all’interno di questo posto.
Decido di approfittare della confusione per insediarmi al tavolo del rinfresco e iniziare a scroccare da bere. Lo champagne non è dei migliori ma va giù che è un bellezza e dal momento che sono a stomaco vuoto dopo neanche mezz’ora ecco che la testa inizia a farsi leggera.

Alle 21:47 mi trovo appoggiata al palco insieme ad uno degli organizzatori della serata. È molto provato perché ha appena finito di far rifare i pavimenti della sua terza villa in California ma il parquet in ebano macassar da 500 dollari al metro quadro alla fine non è stato in grado di restituire quel bilanciamento perfetto di luminosità e calore che aveva sperato.

Alle 22:03 sto parlando con un signora dall’aria importante che pare abbia lavorato nello staff prima della Palin e poi della Clinton. Porta una collana di platino al collo, un rolex coi brillanti da 10.000 dollari e mi sta parlando di un fantastico progetto di solidarietà per il Burkina Faso che consiste nell’insegnare agli abitanti dei villaggi le basi del trading in modo da “renderli in grado di creare impresa”.

Alle 22:20 sono seduta su un tavolino circondata da tre ragazzi di Boston che mi raccontano aneddoti sui migliori suicidi dei falliti che si sono persi tutto. Quello che si è lanciato col SUV dalla collinetta e ha schiacciato la figlia di otto anni che passava di sotto. Quello che si è sparato con un calibro troppo pesante e il proiettile, dopo avergli attraversato il cranio, ha attraversato nell’ordine: la porta della cucina, la testa del figlio e il ventre della moglie. Ma soprattutto quello che si è buttato dal sesto piano ed è finito su un barbone che dormiva sul marciapiede. Lui si è salvato, il barbone è finito al cimitero.
– Il “barbone-salvavita” – commento.
Risate generali.

Alle 23:02 sono in bagno con un ragazzo di Denver che mi ha abbordata poco prima di andarmene con un “Scusa è tutta la sera che ti osservo, non sembri di queste parti… ti posso offrire un tiro?”
Perché no?
Il tipo, con una faccia da James Spader in Secretary, chiude la porta a chiave ed estrae una bustina dal taschino – Me l’ha portata un amico direttamente da Bogotà, è il massimo, vedrai.
Mi sistema la polvere bianca sul braccio, mi dà una piccola cannuccia e mi fa un gesto come dire “prego”. Senza pensarci troppo chino il capo e faccio sparire la piccola striscia in un solo colpo.
– Wow – prendo fiato con gli occhi al cielo.
– Buona vero?
– Cazzo… – mi passo una mano sul viso – Ne hai ancora?
Annuisce col sorriso compiaciuto di chi ha fatto centro, dopodiché si sistema il colletto della camicia e mi confessa – Senti… mi piaci un casino, ti va di…
Senza neanche lasciarlo finire gli faccio cenno che sì, mi va. Alla fine ha un viso niente male, della coca stratosferica e in più sono ancora eccitata all’idea di Jillian in camera che fa sesso in quel vestito mozzafiato.
Lui si avvicina come per baciarmi ma lo allontano con una mano.
– No. Scopiamo e basta.
– Oh… ok – si slaccia la cintura e si sbottona i pantaloni. Mi volto contro il muro, alzo la gonna e con una mano mi sposto gli slip di lato.
– Dai muoviti.
Chiudo gli occhi e inizio a pensare a Jillian.
Cosa starà facendo in questo momento? Sarà seduta sopra Craig… con la schiena sudata e il respiro affannoso mentre se lo scopa… Oppure sdraiata sul pavimento… a farsi sbattere come una troia con un dito in bocca e le gambe che tremano per l’orgasmo imminente…
Torno alla realtà e mi rendo conto che c’è un uccello mezzo moscio che si sta strusciando goffamente contro il mio sedere da qualche minuto.
– Che succede? – mi volto verso il tipo e lo trovo col capo chino a menarselo con foga nel tentativo di farselo venire duro. Un classico: si è pippato l’impossibile e adesso non riesce a farselo rizzare.
– Ci sono quasi, aspetta… – cerca di rassicurarmi mentre si smanetta – Eccomi… ci sono.
Mi rimetto in posizione, chiudo gli occhi, aspetto un po’ e… niente. Ancora moscio.
– Senti… – mi chiede tentando di rimediare – …non è che potresti darmi una mano?
Ormai rassegnata a quella che si preannuncia come la peggior avventura sessuale di sempre, mi avvicino sbuffando e gli prendo quella specie di vermicello tra le dita. Dopo un po’ di colpi sento che forse sta iniziando a prendere forma. Lui mi si avvicina di nuovo con la bocca.
– Dai, posso baciarti? Mi piaci un casino.
– No.
– Oddio ti prego, solo un… – La sua frase viene interrotta da un piccolo gemito seguito da un lungo respiro. Abbasso lo sguardo e vedo una lacrima biancastra sulla mia mano.
– Cos’è, uno scherzo?
Lui si ricompone velocemente e tira fuori un fazzolettino per pulirsi.
– Ehm scusami… sono venuto.
No. Non era uno scherzo.

Alle 00:10 sto tornando in camera da Jillian. Apro la porta e la trovo in mutande con un broncio da tragedia greca e un bicchiere di vino in mano. A quanto pare il nostro inconsapevole benefattore dagli occhi a mandorla è tornato prima del previsto, proprio mentre i due ex piccioncini stavano iniziando le loro effusioni. Così, nascosti dietro il divano, sono dovuti restare un’ora e mezza davanti all’affascinante spettacolo di Mr. Sato che si taglia con cura le unghie dei piedi mentre guarda le repliche di Baywatch alla tv. Quando finalmente è uscito a Craig restavano soltanto 5 minuti di pausa, così Jill si è dovuta accontentare di una sveltina troncata a metà.
Facendo attenzione a non inciampare mi levo scarpe e mi siedo sul divano – Ma siamo sicuri che non torna più?
– Sì sì, ha chiamato il Red Rose prima di uscire per prenotare una stanza.
– Il Red Rose?
– Un bordello. Starà via tutta la notte, e forse anche domani…
– Jill… – la interrompo – …tu non hai fame? Io sto morendo.
– Cazzo sì. Non abbiamo toccato cibo da stamattina… ma cosa mangiamo?
– Non lo so. Hai voglia di uscire?
– Per niente.
– Io neanche.
– Il ristorante di sotto?
– Chiuso. E il bar serve solo da bere.
– Merda.
Poi mi si accende una lampadina – No aspetta… forse qualcosa ce l’abbiamo.

A mezzanotte e mezza siamo sedute sul tappeto con due burritos al formaggio freddi e una bottiglia di Chardonnay da 200 dollari.
– Di là c’è il microonde, vuoi che li scaldiamo? – le chiedo un po’ divertita dalla situazione. Jill mi fa segno di no con la mano, concentrata nella più importante delle operazioni chirurgiche. Ha aperto il burrito sul tavolino e con due forchettine lo sta vivisezionando per separare i fagioli dal formaggio e dalla carne. Finito il lavoro prende un tovagliolo, lo passa sulla superficie del taco per asciugarlo da ogni residuo oleoso e infine lo taglia in quadratini più piccoli che va ad assemblare ai fagioli puliti.
– A te com’è andata la serata? – mi chiede dopo aver mandato giù il primo boccone – Ti sei divertita nell’Impero del Male?
– Lasciamo stare.
– Come mai? Dici sempre che ti fanno ridere quegli ambienti… Non avevi mai visto yuppie di questo livello?
– Sì ma non così da vicino.
Jillian si pulisce la bocca.
– Guarda che noi non siamo tanto diverse.
– Che vuoi dire?
– Alessandra, tu fai un lavoro per cui ti pagano per mostrare le tue gambe dentro abiti da migliaia di dollari su copertine di riviste patinate, siamo in una camera da 2000 dollari a notte a spese di un banchiere zozzone giapponese e stiamo mangiando burritos fregati ad una coppia di messicani costretta probabilmente a lavorare fino a tardi per mandare i figli a scuola.
Jill mi riempie il bicchiere – Noi due siamo esattamente come quelle persone la sotto. Non produciamo niente, non siamo di aiuto a nessuno. E il motivo è perché non sappiamo fare niente. Due parassite, questo siamo. Come le vampire nel romanzo di Bram Stoker… – dà un’ultima golata di vino e posa la bottiglia sul tavolo – …ci riempiamo la bocca di sangue e poi lo mandiamo giù come fosse Chardonnay.

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