C’era una volta una stronza in Canadà #6 – Tutto in una notte

– Siamo arrivati, sono 15 dollari e 60.
Il bizzarro tassista indiano mi sorride mentre frugo nella borsetta per cercare il portafogli.

Questa sera sono stata invitata dai miei capi ad una cena di beneficenza contro il grave problema dell’epilessia canina.
In poche parole, l’agenzia di moda per cui lavoro, quando non tratta con Grandi Firme che fanno fare gli abiti dai cinesi negli scantinati, supporta cause inutili di gruppi animalisti per migliorare la propria immagine. L’evento è stato tenuto presso un noto ristorante di cucina fusion nel centro di Vancouver, uno di quelli col radar che vi scansiona all’ingresso e se non avete almeno 3 carte di credito platinum, non vi fa neanche entrare.

La sala era piena di gente del mio staff intenta a ingozzarsi dal buffet e, ovviamente, dei cani epilettici non fregava un cazzo a nessuno. Avevo pensato di imbucare anche Coraline ma aveva la cena di compleanno di un suo amico chitarrista e quindi mi è toccato stare in compagna di Sandy, la mia nuova direttrice, una maniaca dell’interior design più stupida che simpatica, Oliver, il suo fidanzato noiosissimo e Bobo, il loro orribile levriero afghano. Una serata ad ascoltare di picnic al lago, di scrivanie firmate pagate quanto monolocali, di premi aziendali e di altri interminabili episodi della loro vita perfetta.

Come cazzo ho fatto a resistere per 3 ore senza morire di noia?
mi chiedo mentre pago il tassista con gli ultimi spiccioli ed esco dall’auto.

Vedo Ingrid, la mia vicina rincoglionita aprirmi la porta del palazzo mentre si accinge ad uscire.
– Alessandra! – mi saluta come se non mi vedesse da un anno – Non sai la novità? Sto andando ad un appuntamento con un tipo nuovo, è fantastico, lavora al take away del McDonald’s ma da quest’anno forse lo promuoveranno junior manager e poi…
Continuo a fare sìsì con la testa mentre mi sposto verso l’ascensore per scappare
Ci sono quasi…
– Ah Alex, c’è un altra cosa…
Troppo tardi, bye bye
La porta dell’ascensore si chiude mentre la guardo con l’espressione innocente del “ops, ho premuto il pulsante”.

Salgo i piani mentre mi coccolo pensando al super bagno caldo che mi aspetta. Magari al lume di candela… con un cd dei depeche… oppure potrei portarmi il portatile e andare avanti con quella nuova serie horror fighissima…

Arrivo davanti alla porta quasi saltellando all’idea di godermi finalmente un po’ di tempo con me stessa quando si presenta il dramma di tutti i drammi:

Le chiavi??

Cerco nella borsa, nelle tasche.
Dove cazzo sono?
Svuoto la borsetta per terra
No no no no…
spargo gli oggetti sul pavimento, sempre più agitata

Niente.

Dove le avrò lasciate? Forse allo studio… o al ristorante… Ecco sì, le avrò lasciate nel bagno quando cercavo le salviettine nella borsa…

Esco dal palazzo e tiro fuori il telefono per chiamare il locale.
2 chiamate senza risposta, 4 messaggi.
Sto per sbloccare la schermata di blocco quando “PUFF” il piccolo schermo si spegne.
Inizio a cliccare ovunque per cercare di rianimarlo mentre nella mia testa si fa strada un quesito inquietante
oggi in pausa pranzo mi sono ricordata di metterlo in carica?
La risposta è qui davanti a me
Maledetto iphone di merda!

Mi guardo intorno, in fondo alla strada c’è una vecchia cabina del telefono.
Funzionerà ancora?
La raggiungo a passo deciso, entro e sollevo il ricevitore
Suona.
Apro il portafogli: 30 centesimi.
Ma la cosa ancora peggiore:
e il numero di telefono?
Poi mi ricordo che il mio capo nel pomeriggio mi aveva dato un biglietto da visita del locale. Cerco in tutte le tasche e alla fine lo trovo.
Inserisco le monetine con la cura di uno scienziato durante un esperimento di fisica nucleare.
– Ristorante XXXX, mi dica.
– Buonasera sono Alessandra V., ero a cena da voi per…
– Un secondo che le passo il mio collega.
Perché cazzo deve rispondere al telefono uno che poi ti deve sempre passare qualcun altro, non può rispondere subito il secondo?!
– Sì pronto?
– Sì, sono Alessandra V., sono in una cabina e ho pochissimo tempo, dicevo che ero a cena da voi per la serata di beneficenza e credo di aver dimenticat -CLICK- TU TU TU TU TU –
Fanculo!

Esco dalla cabina sbattendo la porta
E adesso?

Cerco di fare mente locale sulla situazione
La metro è già chiusa (e comunque non avrei soldi per il biglietto), non posso chiamare un taxi… potrei impietosire l’autista di un bus…ma non so neanche se ne passano ancora, finirei con aspettare una vita per niente…
Non mi resta che andare a piedi. Ci vorrà un po’ ma almeno prima o poi al ristorante ci arrivo.

Il lungo viale che da West End porta fino al centro si estende deserto e silenzioso davanti a me mentre alla mia destra le luci della città si riflettono sulla superficie dell’oceano.
Cammino ragionando sul fatto che il mio doposerata “bagno+relax+musica/film” stia pericolosamente rischiando di saltare per via di questo fottuto contrattempo.
No, col cazzo che ci rinuncio, anche a costo di andare a dormire alle 5! E al massimo domani mi do malata… Tanto al mattino deve venire quel fotografo francese insopportabile che ti parla a due centimetri con quella faccia odiosa e quell’alito di merda e… 
Una valanga d’acqua mi investe dalla testa ai piedi. Uno stronzo col SUV ha appena attraversato una gigantesca pozzanghera a tutta velocità infradiciandomi di acqua putrida.
Trattengo a stento le imprecazioni, cerco di strizzare quel che posso dei vestiti e col passo incazzato di un’amazzone col ciclo mi rimetto in moto verso il ristorante.

Arrivo che è quasi ora di chiusura, ho i capelli bagnati, il trucco sbavato e i vestiti ridotti ad uno straccio
– Buonasera, sono Alessandra, avevo anche chiamato un’oretta fa, ero a cena qui e credo di aver dimenticato le chiavi di casa nel vostro bagno, se posso dare un’occhiata…
– Ehm, signorina, mi dispiace ma temo abbia sbagliato posto.
– No no, ero qui a cena da voi, ve l’assicuro, a quel tavolo laggiù…
Signorina… – mi spiega il maître con una smorfia da prenderlo a legnate sui denti – …questo è un Ristorante dove si entra…ehm, solo su prenotazione, mi capisce?
Sto stronzo mi sta prendendo per una barbona!
Senti, mi chiamo Alessandra V., lavoro per l’agenzia di moda che ha finanziato la serata, un pezzo di merda poco fa mi ha lavata mentre stavo sul marciapiede e…
– Ehm sì certo… stia calma.
Il trambusto attira l’attenzione del direttore. Si avvicina e sento il maître sussurrargli all’orecchio:
– Dice di essere una modella ma probabilmente è una prostituta… sembra pure drogata.
– Una prostituta? – gli chiede bisbigliando
– Sì, ha detto che prima stava sul marciapiede.
Il direttore si fa avanti
– Signorina, devo chiederle di uscire dal locale, altrimenti sarò costretto a…
Sì sì, andate affanculo
Esco furiosa
Giuro che domani torno in questo posto di merda e metto su una scenata che li faccio chiudere!

Mentre riacquisto lucidità mi rendo che sono nel quartiere dove abita Coraline.
Aveva detto che sarebbe tornata tardi ma magari è già rientrata…

Mi incammino verso casa sua con passo spedito
Questa si che sarebbe una svolta, un bel lieto fine: mi faccio una doccia, mi cambio, ci diamo due coccole e poi magari la torturo un po’. 
Mi inizia a tornare il sorriso.
Sì, dopo quello che è successo ne ho proprio bisogno. Potrei legarla come l’ultima volta e tenerla per ore sul filo dell’orgasmo mentre la faccio stare con la lingua di fuori e le sputo in bocca. Oppure potrei scriverle col rossetto qualcosa addosso di terribilmente umiliante e farle le guance rosse di schiaffi. Sì, schiaffi. Ecco cosa ci vuole…

Arrivo sotto il suo portone già tutta eccitata, suono alla porta ma niente, Cory è ancora in giro.
Sarebbe stato troppo bello.
In compenso, proprio dall’altra parte della strada, un bancomat mi aspetta per riempire le tasche del mio portafogli.
Perfetto, penso, ritiro un po’ di soldi, chiamo un taxi e mi faccio lasciare al primo hotel della zona… 
Ci rifletto meglio
Anzi, macché hotel! Mi faccio portare all’Hilton e mi prendo una cazzo di suite con idromassaggio!

Inserisco la carta, scelgo 300 dollari, digito il codice e…
Niente.
Clicco ancora qualche volta su Conferma, poi su Annulla ma la macchina non sembra dare risposta.
– Dai, dai!
Il software si è irrimediabilmente impallato. E quel che è peggio, mangiandosi la mia carta di credito.
Inizio a tirare pugni sui pulsanti
– Bastardo figlio di troia ridammi la mia cazzo di carta!
Gli mollo un calcio e scatta il meccanismo antirapina che mi averte che le banconote verranno macchiate e rese inutilizzabili
Merda, ci mancava pure questo!
Sento in lontananza partire la sirena di un’auto della polizia
Meglio levarsi di torno prima di farsi arrestare

Mi nascondo in una stradina buia e aspetto che le auto se ne vadano, accompagnata dal miagolio di qualche gatto randagio che fruga nei rifiuti.
E adesso dove cazzo vado?
– Signorina…
Un mendicante malconcio mi si avvicina alle spalle zoppicando
– Due dollari per mangiare? Sono tre giorni che…
– Amico, capiti male, un bancomat mi appena ha mangiato la carta di credito e non ho più neanche uno spicciolo.
– La prego, lei molto carina, io tanta fame…
– Senti, non ho un soldo, come te lo devo dire?!
Tiro fuori il portafogli spazientita e glielo apro davanti agli occhi per sbattergli in faccia la verità.
– Lo vedi? Ci sono solo i document… – con uno scatto improvviso l’uomo me lo strappa di mano e come un novello Keyser Söze smette improvvisamente di zoppicare e scappa via con la velocità di un centometrista olimpionico per sparire in un vicoletto.

Resto immobile per non so quanti minuti, incredula di fronte ad una tale dose di malasorte.

Poi, non so come, mi viene in mente un momento della serata che accende dentro di me un nuovo barlume di speranza. Si tratta di qualcosa che aveva detto Sandy durante la cena, e cioè che sarebbe dovuta tornare in ufficio per finire alcune pratiche.
Posso passare di lì, chiamare Coraline e farmi venire a prendere…

Tornata nella via principale sto camminando scalza con i tacchi in mano canticchiando stonata “It’s my party” di Lesley Gore tra sguardi curiosi di coppie sposate e quelli divertiti dei ragazzini ubriachi.
Dopo altri 40 minuti arrivo esausta al palazzo della mia agenzia. Le luci al dodicesimo piano effettivamente sono accese.
Molto bene

Sto salendo in ascensore appoggiata alla parete, mi guardo i piedi: sono praticamente neri.
Appena arriviamo a casa, prendo Cory e glieli faccio pulire con la lingua, poi la metto sul letto, le lego le caviglie ai polsi, prendo il vibratore nuovo e…
La porta si apre interrompendo i miei pensieri, supero il corridoio e busso all’ingresso.
– Ehi c’è nessuno? Sandy, sono Alex!
Giro la maniglia ed entro.

Gli uffici sembrano vuoti, anche quello della mia capa, tuttavia la sua giacca è appesa all’attaccapanni all’ingresso.
Sarà andata in bagno
Provo ad usare un telefono ma per chiamare l’esterno credo serva un codice che non conosco quindi, prima di fare casini, meglio aspettare che Sandy torni dai suoi bisogni.
Mi levo gonna e camicetta bagnate per farle asciugare, rubo qualche moneta da una scrivania, vado a prendermi una cioccolata calda alla macchinetta e mi sistemo sui divanetti con un sospiro di sollievo.

Sto osservando le luci della città fuori dalla grande parete di vetro quando inizio a sentire dei rumori.
Ascolto meglio, sembrano provenire dall’ufficio del direttore generale.
Mi avvicino silenziosamente
Ehi, ma questi sono gemiti…
Non mi dire, la perfettina tutto-lavoro si è portata il fidanzatino per scopare! 
Divertita dall’idea non riesco a resistere alla tentazione di origliare.
Mi avvicino alla porta e tendo l’orecchio
– Sì… ti piace quando mi metto così vero? Vuoi sentire come sono bagnata? Vieni, lecca dai. Fammi federe come fai il bravo cagnolino, leccami…
Giuro che se mi avessero detto che Sandy aveva un animo perverso non ci avrei mai creduto…
– Dai leccami leccami, continua… sì… la tua lingua… sì… sì…
Mi rendo conto di avere una mano in mezzo alle gambe
Ma guarda te se mi devo eccitare sta per coppia di sfigati…
– Sì, continua! continua! Fammi venire… continua… la tua lingua mi fa impazzire… non c’è confronto con quella di Olly…
Oddio, quello lì dentro non è Oliver!
E chi diavolo sarà? 
Forse Warner, il commerciale… so che giocano tutti mercoledì a tennis insieme… o forse Mark, il nuovo stagista bellino…
– Si sto per venire… sto per venire… sì sì, metti la zampa qui…

La zampa?!

Vinta dalla curiosità incrocio le dita per non farmi beccare e sbircio tra le tendine. Sandy è seduta sulla scrivania a gambe aperte con davanti Bobo, il levriero afghano, intento a leccarla golosamente come stesse ripulendo una ciotola di cibo.
Inavvertitamente faccio cadere un vaso che si frantuma sul pavimento.
Sandy salta su di colpo – Oddio c’è qualcuno!
Mi nascondo vicino ad un mobile dietro una pianta
– C’è un ladro, cazzo! Bobo, veloce dobbiamo uscire subito!
Sento Sandy farfugliare nervosa mentre si riveste in fretta e furia
– Oddio potrebbe essere un terrorista dell’Isis… ho sentito che vogliono iniziare a colpire i nostri simboli del lusso…
Semai del benessere…
Sandy sbuca fuori dall’ufficio correndo seguita dal cane, si fionda fuori e chiude la porta.

Ormai rassegnata, tiro fuori una sigaretta ma non faccio in tempo neanche ad accenderla che le luci si spengono di colpo e sento l’allarme partire a volume spianato. Corro inciampando verso la porta di uscita ma è chiusa a chiave.
Sta deficiente mi ha chiusa dentro!
I telefoni sono tutti muti. Mi guardo intorno in cerca di uscita
La scala antincendio… 
Apro una finestra e vengo attraversata da ventata di aria gelida che mi spettina i capelli. Inizio a mettere timidamente un piede sul balconcino
Non guardare giù
Non guardare giù
Non guardare giù
Vedo la scaletta poco distante
Ok sono solo 10 metri, ce la posso fare…
Sto avanzando con cautela quando due fari mi illuminano il volto accecandomi e facendomi quasi perdere l’equilibrio. Sento la voce metallica di un megafono urlarmi dal basso:

– FERMA DOVE SEI E METTI LE MANI BENE IN VISTA.

Sotto di me tre auto della polizia hanno accerchiato il palazzo. Alcuni agenti stanno salendo per venirmi a prendere dalla scala mentre altri sono entrati dall’ingresso principale per circondarmi.
Mi arrendo, avete vinto…

Seduta sul sedile posteriore della volante ormai non ho più neanche la forza di spiegare la situazione.
– Sì signore, l’abbiamo presa… – il poliziotto alla guida parla con la centrale – …no signore, non sembra una terrorista islamica… è una ragazza in reggiseno… sì signore, ha capito bene… caucasica, di un metro e 80… e corrisponde alle descrizioni di altre segnalazioni che ci sono arrivate questa notte…  a quanto pare ha fatto prima irruzione in un ristorante del centro in evidente stato di alterazione da stupefacenti… poi ha cercato di svaligiare un bancomat con la forza… ah, un dipendente del ristorante afferma anche di averla vista prostituirsi per strada, su un marciapiede… no signore, non ha i documenti… sì signore, anch’io penso si tratti di una persona molto instabile.

All’interno di una piccola cella della centrale di polizia sono in compagnia di: una chiromante brasiliana che ha rubato due chili di salmone affumicato al supermercato, una spogliarellista polacca beccata con una valigia di coca in macchina e una signora cinese dal volto impassibile che pare abbia tagliato l’uccello al marito.
La chiromante sostiene che il piano di politica estera della Clinton, benché duro, sia molto più serio di quello del suo avversario mentre la spogliarellista non si fida di una donna che si è fatta mettere le corna davanti agli occhi del mondo e crede che le ricchezze di Trump possano essere un fattore positivo in quanto non gli daranno motivo per rubare.
Mi volto verso la cinese
– E tu cosa ne pensi?
– 我不喜歡。我喜歡普京!
– Ok, lascia stare…
La porta della cella si apre
– Alessandra V.?
– Sì, sono io.
– Tutto a posto, è libera di andare.

Il taxi, offerto gentilmente dagli agenti, si ferma davanti a casa mia che è già mattina. E dopo una notte che sembrava senza fine non mi sembra vero di vedere la luce del sole.

Esco dall’auto con addosso una tuta azzurra, anch’essa offertami dalle forze dell’ordine ma che dovrò riportare entro 3 giorni, e vengo subito accolta da Ingrid che stenta a riconoscermi
– Alex??
La saluto con un cenno
– Ma che ti è successo??
– È una storia lunga, senti posso salire un attimo da te? Non posso entrare in casa, sono senza telefono e ho bisogno di fare due chiamate…
– Certo! Non vedo l’ora di raccontarti del mio appuntamento… Ah, a proposito, devo darti una cosa.
Mi porge una busta bianca con scritto “per Alex”
– Cos’è?
– Non lo so, me l’ha portata Coraline ieri pomeriggio, te la stavo per dare ieri sera quando ci siamo incrociate ma sei scappata in ascensore.

Apro la busta e trovo un bigliettino scritto a mano:

Stordita, perché non leggi i messaggi? 
hai lasciato le chiavi a casa mia 
te le ho messe sotto lo zerbino
Bacio
Cory

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