C’era una volta una Stronza in Canadà #13 – Fammi piangere

Gli occhi iniziano ad aprirsi al suono di passi che si avvicinano.
Mi guardo intorno con la vista ancora sfocata.
Questa stanza la conosco…
Capisco di essere nel retro del Sexy Shop dove lavora Coraline.
La Nostra stanza.
Un paradiso di pause-pranzo passate a mangiare porcherie fritte, fumare canne, guardare porno ridicoli e scopare sul tavolo dell’archivio.
Cerco di muovermi e mi accorgo di essere completamente immobilizzata su una sedia, con i polsi e le caviglie legate.
Come sono finita qui dentro?
I passi si fanno sempre più vicini, sembra un suono di tacchi.
La porta si apre e una figura entra nella stanza. Si avvicina alle mie spalle, dal profumo capisco che si tratta di Coraline. Indossa quel vestito nero scollato che mette in rare occasioni e che le dà un’aria sofisticata e importante. Rossetto viola, trucco aggressivo e ai piedi un paio di scarpe nere col tacco che non le ho mai visto. Con un guinzaglio di pelle sta conducendo davanti a se una coppia di grossi maiali rosa che camminano annusando l’aria. Fa il giro intorno a me, come a controllare la situazione, poi si siede sul tavolo, accavalla le gambe e con calma si accende una sigaretta. I due suini si distendono per terra, sul fianco, con gli occhi fissi su di me. Coraline soffia via il fumo e mi sorride. Un sorriso enigmatico, per nulla rassicurante.
– Allora? – inizia a parlare – Sto aspettando.
È impossibile capire a cosa si stia riferendo ma comunque non ha importanza perché le parole mi escono di bocca da sole:

– Ti prego… fammi piangere.

Restiamo a guardarci in silenzio per qualche minuto. Il tempo intorno a noi è come se si fosse fermato.
Poi Coraline spegne la sigaretta, scende dal tavolo e uno schiaffo violento mi colpisce facendomi volare i capelli.
– Stronza… – sussurra tra i denti.
Me ne molla un altro
– Stupida stronza.
E altri due, sempre più forti
– Stupida stupida stronza.
Si avvicina e mi prende per i capelli
– Che cosa pensavi di dimostrare?
– C-come…?
– Con quel gesto da sfigata, che cosa pensavi di dimostrare?!
Qualcosa si scioglie dentro di me e sento gli occhi riempirsi di lacrime.
– Io volevo solo…
– Che cosa? Cosa volevi? Volevi fare la ragazzina emo che si taglia a 26 anni?
– Io… – inizio a singhiozzare – …io volevo solo… attirare la tua attenzione.
Coraline sorride
– Povera Alex.
Mi libera dalla sedia e mi fa mettere in ginocchio per terra, poi di siede di fronte a me, allunga una gamba e la infila tra le mie cosce. Sento la sua caviglia che preme contro i miei slip. Coraline mi fa segno di muovere il sedere. Comincio a strofinarmi contro la sua gamba, ansimando e piangendo.
– E poi cos’altro sei? Vai avanti, continua tu… – Schiocca le dita, come un comando, i due suini si avvicinano e iniziano a pisciarmi addosso, sui vestiti.
– Sono… – tiro sù col naso mentre il moccio mi cola sulla bocca e il cuore mi batte all’impazzata per la vergogna e l’eccitazione – …sono una debole… sono una…. Oddio, sto per venire… sto per…

– ALEX SVEGLIATI!

Apro gli occhi di colpo.
Sono a casa, sdraiata nella vasca. L’acqua ormai si è fatta tiepida e dalla finestra spuntano i primi bagliori dell’alba.
Coraline è in ginocchio di fianco a me, mi guarda con gli occhi lucidi e spalancati.
– Stordita, ma che cazzo combini? – mi chiede con la voce tremante di chi ha pianto tutta la notte.
– Alex, dimmi qualcosa ti prego!
– Lo sapevi… che Emma Watson non sa fare la zuppa inglese?
Coraline mi mostra i rasoi spaventata
– Non è niente… – cerco di tranquillizzarla – …è solo… solo un taglietto… avevo bisogno di vedere il colore del mio sangue… non lo so perché…
Mi getta le braccia al collo
– Non farlo mai più. Mai più.
Restiamo abbracciate per un po’, accarezzandoci i capelli.
– Vado prenderti degli asciugamani puliti, aspettami qui.

Seduta sul divano in accappatoio guardo lo smalto sbiadito sui miei piedi. Fuori dalla finestra la neve sta iniziando a cadere, colorando di bianco i palazzi della città. È passato un anno dal giorno in cui ci siamo incontrate, la sera in cui Cory mi ha portata a casa sua, e proprio come allora, mi sento attraversata da un’energia sconosciuta. Tutto mi appare sotto una nuova luce.
Come una bambina che rompe i giocattoli per guardarci dentro, per capire come funzionano, per anni ho fatto la stessa cosa con la mente delle persone. Ero curiosa ed eccitata di vedere come avrebbero reagito alle sollecitazioni più estreme. Se davvero sarebbero state in grado di continuare la goffa recita del personaggio che si sono create per stare al mondo o mi avrebbero finalmente rivelato la loro identità. Ma la verità è che le persone sono talmente terrorizzate dalla possibilità di finire vulnerabili o impreparate di fronte a qualcosa da non sapere neanche più chi sono. Puntano il dito “Omioddio la violenza!” e poi la applaudono quotidianamente in tutte quelle forme in cui non la sanno riconoscere.
E ho deciso che non mi interessano più. Voglio essere io la cavia di me stessa, a sprofondare nell’abisso. Non riesco ancora ad avere chiaro il motivo, forse per capire finalmente quello che ancora continua a sfuggirmi. Quel culmine di estasi inafferrabile…

– Ehi, hai visto? Sta nevicando.
Coraline mi raggiunge con un vassoio dal quale spuntano una teiera, due tazzine e un barattolo di biscotti al cioccolato.
Le faccio segno con le testa che non mi va ma lei insiste
– Devi mangiare qualcosa, hai bisogno di zuccheri. – da brava mammina premurosa.
– Senti… – mi domanda versandomi il tè – …ma che cosa stavi sognando prima?
– Perché?
– Beh è strano, quando sono entrata… stavi piangendo nel sonno.
– Piangevo?
Cory annuisce col capo
– Sì, e ansimavi.
– Io… non me lo ricordo.
Si siede di fianco a me
– Alex, stare con te a volte è difficile. E in questi momenti io mi sento così… impotente. C’è qualcosa che posso fare?
Bevo un sorso, poso la tazzina e la guardo negli occhi.
– Picchiami.

FINE?

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